Wall Street fissa il prezzo delle elezioni di medio termine: il fattore Partito Democratico aumenta del 20%, ma il mercato rimane in una "zona cieca"
Il "Democratic Factor" creato da JPMorgan è aumentato di circa il 20% da agosto, mentre nello stesso periodo l'S&P 500 è salito solo del 2,6%. Le piattaforme di previsione stimano che la probabilità di una vittoria schiacciante dei Democratici in entrambe le Camere sia salita dal 23% di agosto al 64%. I dati storici di Goldman Sachs mostrano che questa probabilità scende in media di circa 5 punti percentuali prima del giorno delle elezioni. Le opinioni delle istituzioni divergono nettamente: JPMorgan consiglia di acquistare sui ribassi, mentre Bank of America avverte che una vittoria totale dei Democratici potrebbe portare a un calo del mercato azionario di oltre il 10%.
Wall Street ha già stabilito un prezzo chiaro per le imminenti elezioni di metà mandato negli Stati Uniti.
Il 16 ottobre, la nota piattaforma di analisi finanziaria ZeroHedge ha riassunto le ultime ricerche delle principali banche d'investimento, sottolineando che il "fattore Democratico" creato da JPMorgan Chase è salito di circa il 20% dall'agosto, mentre nello stesso periodo l'indice S&P 500 è aumentato solo del 2,6%. Questo forte divario tra micro e macro è diventato il punto focale del dibattito interno a Wall Street.
Attualmente, la piattaforma di previsioni Polymarket quota la probabilità di uno sweep dei Democratici in entrambe le camere al 64%-65%; la media delle previsioni su Kalshi e Polymarket, secondo Goldman Sachs, ha toccato il 65% intorno all'8 ottobre.

Questa probabilità, che solo due mesi fa era al 23% secondo i sondaggi tra i fund manager, è ora diventata lo scenario di riferimento per il mercato.

Manish Sinha, strategist Delta-One di JPMorgan Chase, ha sottolineato che se la volatilità di questo fattore fosse pienamente allineata a quella dell'indice S&P 500, ovvero applicando circa sei volte la leva per parità di rischio, il rendimento annuo sarebbe di circa 170%, molto superiore all'andamento di circa il 15% dell'indice nello stesso periodo.
È importante notare che questa crescita è quasi interamente guidata da fattori specifici delle singole aziende, senza legami significativi con il trend dell’intelligenza artificiale, operazioni di momentum, tassi di interesse o rischio sistemico dei mercati generali.
Ciò significa che il rischio elettorale è stato con successo isolato da Wall Street e definito come strumento di copertura long/short, circolando tra le istituzioni sotto forma di extra rendimento puro; mentre il prezzo sui principali indici azionari USA rimane ancora ancorato allo scenario di base “Congress diviso”.
Logica di costruzione del “fattore Democratico”
Secondo il rapporto “Serie elettorale USA – Midterm Elections” pubblicato da JPMorgan Chase il 30 settembre 2026, il fattore è stato costruito dal team di derivati Delta-One guidato da Manish Sinha. La struttura di base è stata inizialmente creata durante le elezioni presidenziali USA del 2024 e ora è stata riattivata e ottimizzata per le midterm.
La metodologia consiste nel dare un punteggio quantitativo a circa 3000 azioni USA, misurando la sensibilità di ciascun titolo ai cambiamenti delle quote di vittoria previste da Polymarket, assegnando così un “punteggio elettorale”.
I punteggi vengono poi ottimizzati in due portafogli liquidi, uno per il fattore Repubblicano (JP9REPP) e uno per quello Democratico (JP9DEMP).
Entrambe le versioni sono progettate per essere "neutrali" rispetto all’andamento generale del mercato, in modo da catturare esclusivamente la volatilità dei prezzi direttamente correlata alle elezioni.
Fino a fine settembre, il fattore Democratico è cresciuto del 19,45%, mentre la probabilità che i Democratici vincano il Senato su Polymarket ha superato il 60%; nello stesso periodo, il fattore Repubblicano è sceso del 14,57%.
L’analisi di attribuzione effettuata da JPMorgan Chase mostra che quasi tutti i guadagni del fattore Democratico derivano da componenti caratteristici dei singoli titoli; gli altri fattori tradizionali di rischio – momentum, sensibilità ai tassi, rischio sistemico di mercato – non forniscono praticamente alcuna spiegazione.
Nella sua relazione del 7 ottobre, Sinha sottolinea che il fattore mantiene una posizione neutra rispetto al rischio sistemico del mercato, al momentum e agli altri macro-fattori, classificandolo come uno strumento chiave per catturare extra rendimento tattico legato alle elezioni.
Quote passate dal 23% al 64%, ma i dati storici avvertono sui rischi di correzione
La potente spinta del fattore Democratico deriva dal movimento marcato delle quote sul mercato delle previsioni.
Secondo l’indagine sui fund manager pubblicata da Bank of America in agosto, solo il 23% degli intervistati prevedeva uno sweep Democratico nelle due Camere, mentre il 47% si aspettava uno scenario più diviso (“Repubblicani al Senato, Democratici alla Camera”).
Ma il 4 settembre, Kalshi aveva già portato la probabilità di sweep al 47%, e tra fine settembre e inizio ottobre, la media calcolata da Goldman Sachs sui vari portali quotava circa il 65%.
Il chief strategist di Bank of America, Michael Hartnett, nella sua ultima nota sui flussi registra la probabilità di sweep da Polymarket al 64%, in netto aumento rispetto al 49% di settembre.
Goldman Sachs, tuttavia, nel report “US Election Tracker” dell’8 ottobre firmato dallo strategist Alec Phillips, cita dati storici secondo cui, nelle ultime elezioni di metà mandato (2002, 2006, 2010, 2018, 2022), i mercati delle previsioni tendono spesso a sovrastimare la probabilità che il partito di opposizione effettui uno sweep in entrambe le Camere, con una media di ribasso del 5 punti percentuali dal principio di ottobre fino alla data effettiva del voto.

Se applicassimo questa riduzione media storica all’attuale previsione del 63%, la probabilità di sweep Democratico potrebbe ridursi intorno al 50%.
Detto questo, il controllo effettivo della maggioranza al Senato dipenderà da alcuni stati chiave come Alaska, Texas, Ohio, Iowa e Kansas.
Goldman Sachs avverte inoltre che i sondaggi nelle midterm tendono a sovrastimare i Democratici negli stati a loro favorevoli e i Repubblicani laddove dominano, in linea con lo storico radicamento “last minute” (unificazione all’ultimo momento) degli elettori conservatori.
Harry Enten, analista politico senior della CNN (Cable News Network), segnala anche che in Arizona, Nevada, North Carolina e Pennsylvania i Repubblicani hanno il miglior margine sugli elettori registrati in una midterm degli ultimi vent’anni.
Specifiche delle posizioni long e short
Il team Delta-One di JPMorgan Chase, nella strategia “JPMDC26P”, dettaglia come una “vittoria Democratica al Congresso” influenzi le varie industrie:
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Long: titoli di gestione sanitaria e ospedaliera che beneficiano della continuazione dei crediti fiscali per i premi assicurativi secondo l’Affordable Care Act, e aziende di consumo orientate al segmento low cost supportate da politiche di accessibilità;
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Short: titoli difensivi a bassa capitalizzazione, società legate ai mercati dei capitali (a causa della maggiore regolamentazione e indagini rispetto alla deregolamentazione), titoli energetici legati alle licenze e società collegate alle criptovalute favorite dal “CLARITY Act”.

L’andamento a breve termine delle criptovalute ha già anticipato questa logica: quando a metà settembre il Senato ha respinto il disegno di legge sulla struttura del mercato crypto, tutti i Democratici hanno votato contro e il mercato ha reagito con un brusco ribasso.
L’analisi di Hartnett (Bank of America) sulla situazione generale è ancora più netta: uno sweep Democratico “segnala un cambiamento dal capitalismo populista al socialismo populista”, il che significa che “tasse e regolamentazione saranno nel complesso destinate ad aumentare, causando un impatto negativo diretto sugli utili per azione aziendali”.
Come strumenti di copertura raccomanda in primis di shortare finanziari e dollaro USA, in perfetta linea con il posizionamento short sul comparto dei mercati dei capitali previsto dal modello JPMorgan Chase.
S&P500: due schieramenti contrapposti
Quanto agli effetti delle midterm sugli indici azionari USA, le banche si dividono nettamente in due schieramenti:
Gli ottimisti, rappresentati da Andrew Tyler di JPMorgan Chase.
Secondo Tyler, anche con uno sweep Democratico non si raggiungerebbe la maggioranza dei due terzi necessaria a bypassare il veto presidenziale. Lo scenario politico si confermerebbe simile agli ultimi due anni delle presidenze Biden, Trump (la prima) e Obama — insomma, uno stato di “moderato equilibrio di potere” che i mercati storicamente recepiscono in modo positivo.
Per Tyler, ogni calo del mercato prima o subito dopo il voto sarebbe da comprare. Sintetizza con i dati storici: dal 1990 l’S&P500, nei 3, 6, 9 e 12 mesi dopo il Midterm Day, ha registrato una media di crescita del 5,4%, 11,4%, 12,5% e 14,7%; dal 1950, in tutte le 19 elezioni, l’indice ha sempre offerto rendimento positivo dopo 6, 9 e 12 mesi. Anche Goldman Sachs vede le elezioni come un potenziale “evento di reset del rischio”, notando che il mercato perde mediamente il 3,5% il mese prima delle elezioni, ma guadagna il 6,5% nei quattro mesi successivi.
Gli attendisti, rappresentati da Hartnett di Bank of America.
Nel suo scenario, uno sweep Democratico corrisponde a una “forte avversione al rischio”: il mercato scenderebbe di oltre il 10%, con il dollaro americano e i rendimenti obbligazionari in calo, mentre i mercati azionari esteri sovraperformerebbero.
Solo lo scenario “Repubblicani al Senato, Democratici alla Camera” è visto come “risk-on”, adattabile a una crescita moderata in stile “Goldilocks” e si può prevedere una crescita del 5% dell’S&P500. Uno sweep Repubblicano sarebbe invece la sorpresa migliore.
Louis Miller di Goldman Sachs mette in guardia:
Con l’avvicinarsi delle midterm, i risultati elettorali potrebbero penalizzare gli asset rischiosi.
L’origine del divario tra i due schieramenti è che i rendimenti storici medi includono molte situazioni di “Congress diviso”, mentre il mercato delle previsioni oggi assegna circa due terzi di probabilità proprio a uno scenario di “risk-off” fuori dalla norma storica.
Eppure gli indici non lo riflettono affatto: l’S&P500 è salito del 13,4% da inizio anno e dunque il mercato ancora prezza come scenario base un “Congress diviso”.
L’errore di valutazione sta negli indici, non nei fattori
Secondo ZeroHedge, il “fattore Democratico” è ormai diventato una trade molto affollata. Ha assolto la sua funzione storica, portando la probabilità dal 20% dello scenario “testa o croce” fino al 64% dei prezzi attuali — ma guadagnare ancora su questi livelli sarà sempre più difficile.
Dati storici Goldman Sachs suggeriscono un margine di ritorno naturale di circa 5 punti, i sondaggi nelle aree più conservatrici portano rischio di downside su Senato e le quote Polymarket sono quasi ai massimi.
In confronto, errori di valutazione ben maggiori potrebbero essere presenti negli indici principali. Se l’ipotesi di Hartnett (“lo sweep Democratico porta a una correzione azionaria >10%”) è giusta, e il mercato invece prezza ancora la tranquillità del "Congress diviso", la miglior copertura rischio/prezzo è ovviamente proteggersi dal downside sugli indici (acquistando put o shortando finanziari), non continuare a rincorrere un fattore tematico già salito del 20%.
Mancano circa 22 giorni al voto del 3 novembre.
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