Dopo le dichiarazioni dei funzionari giapponesi, Besent interviene: ha discusso con il Ministro delle Finanze giapponese la “desiderabilità” di uno yen forte
Bessent ha dichiarato di aver avuto una "conversazione produttiva" venerdì con il ministro delle finanze giapponese Katayama Katsuki, durante la quale hanno discusso la "desiderabilità di uno yen forte che rifletta i solidi fondamentali economici del Giappone" e hanno sottolineato l'importanza di mantenere una comunicazione stretta sul mercato valutario. Katayama aveva rivelato poco prima che, durante l'incontro di questa settimana tra Trump e Sanae Takaichi, è stato menzionato l'indebolimento dello yen; Takaichi ha affermato che la sottovalutazione dello yen costituisce "un problema". Secondo gli istituti, il rischio di intervento potrebbe porre un "tetto" alla discesa dello yen.
Lo yen ha registrato un forte rimbalzo dopo cinque sessioni consecutive di ribasso.
Venerdì 25 settembre, ora della Costa Est degli Stati Uniti, il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Bensent, ha scritto sui social media di aver avuto quel giorno una “telefonata produttiva” con il Ministro delle Finanze giapponese, Satsuki Katayama; i due hanno discusso della “desiderabilità di uno yen forte, che riflette i solidi fondamentali economici del Giappone”, sottolineando inoltre l’importanza di mantenere una comunicazione stretta sul mercato valutario.
Le dichiarazioni di Bensent hanno ulteriormente rafforzato i segnali recentemente lanciati dai funzionari americani e giapponesi attorno al tasso di cambio dello yen.
Secondo quanto riportato venerdì da Bloomberg, Satsuki Katayama ha rivelato che Trump, durante il suo incontro di questa settimana con il primo ministro giapponese Sanae Takaichi, ha affrontato il tema dell’indebolimento dello yen; Takaichi avrebbe inoltre riferito a Trump che, in linea di principio, lo yen sottovalutato “è problematico”.
Dopo la diffusione di queste dichiarazioni dei funzionari giapponesi, lo yen ha ampliato i guadagni: il dollaro/yen è sceso durante la giornata sotto 157.00 fino a 156.94, con un calo giornaliero dell’1,2%, allontanandosi dal massimo di 159.00 toccato giovedì, il livello più alto dal 2 settembre.

Funzionari americani e giapponesi rilasciano segnali uno dopo l’altro: da Trump e Takaichi a Bensent e Katayama
Bensent ha dichiarato venerdì che la telefonata con Katayama segue il colloquio di inizio settimana tra Trump e Sanae Takaichi e riflette “la forza della partnership tra Stati Uniti e Giappone”.
Ha scritto sui social media che le parti hanno discusso della “desiderabilità di uno yen forte che rifletta i solidi fondamentali economici del Giappone”, oltre all’importanza di mantenere una comunicazione stretta sul mercato valutario.
Dal tenore delle dichiarazioni, Bensent non ha indicato un target preciso sul cambio, né annunciato nuove misure di intervento sui cambi, ma l’uso diretto dell’espressione “desiderabilità di uno yen forte” mostra che il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti rimane attento all’andamento dello yen.
Prima del post di Bensent, dal lato giapponese erano già arrivati segnali più chiari.
Satsuki Katayama ha affermato venerdì che, durante il recente incontro a New York tra Trump e Sanae Takaichi, quest’ultimo ha espresso preoccupazione per l’indebolimento dello yen; Takaichi ha a sua volta riferito a Trump che lo yen sottovalutato è “problematico”. Katayama ha aggiunto che, a seguito di questo vertice USA-Giappone, continuerà a mantenere stretti contatti con Bensent su una serie di temi, inclusi i cambi.
Bloomberg sottolinea che, dopo i commenti a ripetizione dei funzionari giapponesi sull’indebolimento dello yen, la valuta nipponica è diventata temporaneamente la più forte tra le valute del G10, con un rialzo intraday dell’1,2%. Questo movimento riflette anche una rinnovata attenzione del mercato al grado di tolleranza dei funzionari americani e giapponesi nei confronti di un ulteriore deprezzamento dello yen.
Va sottolineato che, **in base alle informazioni pubbliche disponibili, si osserva un’intensificazione della comunicazione sulle politiche e del rischio di intervento, non che sia stato effettuato un nuovo intervento congiunto USA-Giappone venerdì. In precedenza, a fine luglio, USA e Giappone avevano condotto un intervento congiunto acquistando yen; ora il mercato guarda a possibili nuove azioni congiunte se lo yen dovesse subire un altro rapido deprezzamento.
Le istituzioni: il rischio d’intervento potrebbe porre un limite al ribasso dello yen
Gli operatori di mercato stanno iniziando a rivalutare lo spazio per un ulteriore indebolimento dello yen.
Moh Siong Sim, strategist della OCBC Bank, ha affermato: “Il rischio di intervento dovrebbe porre un limite al potenziale ulteriore indebolimento dello yen”; soprattutto ora che anche Trump ha espresso preoccupazione per l’indebolimento dello yen, potremmo trovarci vicini a un punto di svolta, poiché questo implicherebbe una coordinazione più profonda tra Stati Uniti e Giappone per sostenere la valuta nipponica.
Di recente, lo yen è sotto pressione per vari motivi: da un lato, le aspettative di ulteriori rialzi da parte della Federal Reserve sono aumentate, con un conseguente ampliamento continuativo del differenziale tra i tassi statunitensi e giapponesi; dall’altro, la valutazione del mercato sulla velocità con cui la Bank of Japan procederà a nuovi rialzi limita il sostegno alla valuta giapponese.
Secondo Bloomberg, gli operatori avevano già indicato quota 160 come l’area in cui il rischio di intervento da parte delle autorità giapponesi aumentava considerevolmente. Recentemente, anche il mercato delle opzioni sullo yen ha registrato un sentiment più fortemente rialzista, indice di una crescita della domanda di coperture contro un possibile intervento giapponese sul cambio.
Tuttavia, vi sono anche opinioni contrastanti sul mercato.
Brendan Fagan, macro strategist di Bloomberg, sostiene che le recenti dichiarazioni dei funzionari giapponesi non abbiano affrontato due questioni chiave: la politica della Bank of Japan resta nettamente indietro rispetto ad altre principali banche centrali, e permangono strutturalmente forti pressioni da carry trade. Secondo Fagan, il recente rafforzamento dello yen è più che altro una reazione ai segnali di politica, ma la durata di questo movimento è ancora da verificare.
La stabilità dello yen dipende ancora dal differenziale di tasso e dal percorso delle politiche in USA e Giappone
Il rimbalzo dello yen si è verificato in un contesto delicato.
Nei precedenti cinque giorni di scambi in calo, il dollaro/yen si era nuovamente avvicinato alla soglia dei 160. Dati macro statunitensi solidi, aspettative di ulteriori rialzi della Fed e un rendimento dei Treasury in costante aumento hanno esercitato notevole pressione sulla valuta nipponica.
Allo stesso tempo, il ritmo con cui la Bank of Japan interverrà sui tassi rimane un punto caldo per il mercato. Sebbene i funzionari giapponesi abbiano più volte posto l’accento sulla volatilità del cambio e su una valutazione troppo bassa dello yen, resta l’incertezza se si possa davvero modificare definitivamente il trend solo con interventi verbali, soprattutto se il differenziale di tassi USA-Giappone dovesse rimanere elevato.
Di conseguenza, il forte rimbalzo dello yen di venerdì riflette più direttamente una riprezzatura del segnale di politica: “né Stati Uniti né Giappone vogliono uno yen eccessivamente debole”.
Nei prossimi mesi, il mercato continuerà a monitorare tre variabili: se le aspettative sui tassi della Fed continueranno a far salire il differenziale USA-Giappone, se la Bank of Japan invierà segnali di accelerazione sui rialzi e se la “stretta comunicazione” sottolineata dai ministri delle Finanze si trasformerà in azioni concrete di politica sul cambio.
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