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UBS sta valutando una fusione con banche estere per sfuggire alla regolamentazione svizzera, facendo salire il prezzo delle azioni

UBS sta valutando una fusione con banche estere per sfuggire alla regolamentazione svizzera, facendo salire il prezzo delle azioni

华尔街见闻华尔街见闻2026/09/25 02:01
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Per:华尔街见闻

Il Parlamento svizzero sta portando avanti una legislazione che richiede a UBS di aggiungere fino a circa 20 miliardi di dollari di capitale. L'obbligo di copertura CET1 al 90% supera di gran lunga le aspettative di UBS e potrebbe aumentare la necessità di capitale incrementale fino a circa 33 miliardi di dollari rispetto a prima dell'acquisizione di Credit Suisse, con un costo complessivo annuale di circa 2,5 miliardi di dollari e una pressione sui rendimenti per gli azionisti. I dirigenti di UBS hanno già riaperto la discussione sul trasferimento della sede fuori dalla supervisione svizzera, considerando la fusione come una delle opzioni e Morgan Stanley come possibile candidato.

Il Parlamento svizzero avanza verso requisiti patrimoniali più severi, intensificando ulteriormente lo scontro tra UBS e le autorità di regolamentazione nazionali.

Il 24 settembre, secondo quanto riportato da Semafor citando fonti informate,i vertici di UBS hanno riavviato le discussioni su come allontanare la banca dal controllo degli enti regolatori svizzeri, prendendo in considerazione anche un’ipotesi di fusione.

Dopo la pubblicazione della notizia, il titolo UBS ha guadagnato fino all’1,9% sul mercato statunitense. Le azioni Morgan Stanley hanno subito un rapido calo, per poi recuperare parzialmente, mentre aumentavano le speculazioni sul possibile partner di fusione.

UBS sta valutando una fusione con banche estere per sfuggire alla regolamentazione svizzera, facendo salire il prezzo delle azioni image 0

L’elemento scatenante di queste nuove discussioni è una legislazione avanzata questa settimana dal Parlamento, che richiede a UBS di integrare fino a circa 20 miliardi di dollari di capitale addizionale. La dirigenza di UBS ha dichiarato che tale richiesta comprometterebbe seriamente la capacità della banca di concedere prestiti redditizi. L’amministratore delegato Sergio Ermotti ha espresso il proprio malcontento con parole forti:

Un occhio nero possiamo accettarlo, ma due occhi neri e un naso rotto sono troppi.

Voto parlamentare: UBS subisce una pesante sconfitta

Il voto di questa settimana al Consiglio degli Stati rappresenta una chiara battuta d’arresto per UBS nella lunga disputa con i regolatori domestici, in corso da oltre un anno.

Il requisito di copertura CET1 del 90% adottato è nettamente superiore rispetto all’alternativa sostenuta da UBS — che prevedeva solo il 50% coperto da CET1, lasciando spazio per il resto ad Additional Tier 1 (AT1).

Il governo svizzero aveva inizialmente proposto un requisito CET1 del 100%, respinto dal Consiglio degli Stati per un solo voto (23 contro 22), mentre la versione del 90%, molto vicina alla posizione governativa, è stata infine approvata, distanziandosi nettamente dalle aspettative di UBS.

La revisione più ampia della legge bancaria è stata approvata al Consiglio degli Stati con 33 voti a favore e 10 contrari, ma il processo legislativo non è concluso.Il testo deve ancora essere esaminato dal Consiglio Nazionale, che ha il potere di modificarne o attenuarne i contenuti.

Portato il testo legislativo in Consiglio Nazionale, UBS avrà ancora modo di spingere per una soluzione più flessibile. È atteso che la banca continui l’attività di lobbying a sostegno della formula mista 50%/50% CET1 e AT1, mentre il governo resta fermamente orientato verso il CET1 al 100%.

Pressione sul capitale: il prezzo della concorrenza dietro i numeri

Il nodo centrale della disputa regolamentare resta il livello di pressione sul capitale che ricadrebbe su UBS.

Secondo le stime della banca, la richiesta di copertura CET1 del 90% comporterebbe un fabbisogno supplementare di circa 16 miliardi di dollari di capitale di alta qualità. Sommando anche altre misure adottate quest’anno (circa 2 miliardi di dollari) e i 15 miliardi già chiesti a seguito dell’acquisizione di Credit Suisse, la domanda incrementale di CET1 per la holding svizzera potrebbe arrivare a circa 33 miliardi di dollari rispetto a prima dell’acquisizione di Credit Suisse.

UBS stima inoltre che l’impatto di questi cambiamenti sul capitale possa raggiungere un costo annuo complessivo di circa 2,5 miliardi di dollari.

Per gli investitori, il capitale che deve obbligatoriamente rimanere nella holding limita le risorse disponibili per buyback azionari, dividendi o espansione operativa, comprimendo la remunerazione degli azionisti sul lungo termine.Se la banca non riuscisse a compensare tramite crescita dei margini, taglio dei costi o espansione in attività a basso assorbimento di capitale, l’aumento dei requisiti patrimoniali impatterebbe direttamente sulla redditività del capitale.

UBS mette in risalto come, in confronto alle banche statunitensi, l’ambiente regolamentare sia marcatamente sfavorevole.L’amministrazione Trump ha promosso politiche di deregolamentazione e le regole di capitale per le banche USA si stanno via via allentando.

Logica regolatoria: le lezioni della crisi Credit Suisse

La spinta delle autorità svizzere verso requisiti di capitale più severi trova origine nelle falle sistemiche rese evidenti dal crollo di Credit Suisse nel 2023.

Secondo i regolatori, quando una banca globale entra in crisi, il capitale detenuto presso le sue controllate estere spesso non può essere mobilizzato in tempi rapidi dalla casa madre svizzera. Richiedere una maggiore quota di capitale azionario di alta qualità riferita al valore delle filiali estere vuole garantire un cuscinetto più spesso contro le perdite potenziali, riducendo così il rischio che i contribuenti debbano nuovamente soccorrere istituti in difficoltà.

Il CET1 è particolarmente apprezzato dalle autorità perché composto principalmente da capitale ordinario e utili trattenuti, facilmente utilizzabile per l’assorbimento delle perdite. Anche le obbligazioni AT1 svolgono una funzione analoga, ma il loro ruolo si è rivelato controverso nel salvataggio di Credit Suisse.

All’epoca, circa 16 miliardi di franchi svizzeri in AT1 furono interamente azzerati, mentre agli azionisti fu riconosciuto un parziale rimborso, suscitando forti perplessità sui mercati.

UBS sostiene tuttavia che strumenti AT1 ben strutturati restano validi per l’assorbimento delle perdite e un’eccessiva dipendenza dal più costoso CET1 penalizzerebbe la competitività internazionale della banca.

Rumors di fusione: le vie per abbandonare la Svizzera

Dinanzi a un’escalation della pressione regolamentare,secondo Semafor i vertici di UBS hanno riaperto il dossier relativo a un possibile trasferimento della sede della banca fuori dai confini svizzeri, includendo tra le opzioni una fusione internazionale.

Tuttavia, data l’attuale dimensione del bilancio (1.700 miliardi di dollari) e la capitalizzazione di mercato di 146 miliardi, sono davvero pochi i potenziali partner all’altezza di una tale operazione.

Secondo l’analisi di Semafor,Morgan Stanley è da tempo considerata tra i candidati più plausibili. L’istituto ha già manifestato interesse per la piattaforma di gestione patrimoniale di UBS, che vanta masse di circa 7.000 miliardi di dollari.

Standard Chartered e Deutsche Bank, inoltre, vengono indicate come alternative meno onerose sul fronte dei costi. Da notare che Colm Kelleher, presidente esecutivo di UBS, ha un precedente passato in Morgan Stanley.

Attualmente UBS mantiene solidi livelli di redditività e capitalizzazione, ma questa disputa regolamentare converge sempre di più su una questione di fondo: fino a che punto le autorità svizzere consentiranno agli azionisti di beneficiare degli utili futuri di UBS?

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